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«Sara Durantini e l'importanza di un ricordo»

«Sara Durantini e l'importanza di un ricordo»

interviste
3 mar 2026 5 min
Valentina Pace
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Questa settimana Glimmo.it ha incontrato Sara Durantini, scrittrice, saggista e curatrice di progetti di scrittura autobiografica. Ha vinto nel 2006 il premio Tondelli con «L'odore del fieno» e autrice di altri testi fra cui «Pampaluna» e l'ultimo lavoro oggi in libreria: «Questo mio corpo». Una scrittura intima la sua, personale, evocativa, capace di toccare alcuni aspetti che pochi autori riescono a fare. Grazie Sara per la disponibilità.

Come nasce l’amore per la scrittura?

Ti rispondo con le parole di Lalla Romano (che ho di recente riportato in un mio articolo): “Di fatto, nell’esistenza, credo di aver cominciato a scrivere perché mi piaceva leggere. Leggere non qualunque cosa ma certe cose, una scelta nella scelta. Tutto è disceso da lì”. Per me è stato esattamente così. Era la lettura ad abitarmi prima ancora della parola scritta, la lettura di alcuni libri, di alcune storie che fossero in grado di risuonare dentro di me, di toccare delle corde precise. Ho sempre cercato questo, nei libri. Riconoscersi reciprocamente.

 Come nasce un libro? Quali sono gli spunti per la creazione di un testo?

È una domanda difficile. Potrei dirti che alcuni miei scritti nascono da un evento, da una domanda che ritorna dentro di me ciclicamente, da un ricordo che non mi dà tregua, da un corpo, da una memoria; ma potrei anche dirti che nascono dall’incontro con altre voci o con una voce che mi ha attraversata (come è stato con Annie Ernaux). Quello che conta, per me, è trasformare l’esperienza in parola scritta; non partire da un’idea precostituita o imposta da terzi, ma seguire l’urgenza che sento, la necessità che mi porta a indagare una certa realtà e vedere ciò che si rivela mentre scrivo, vedere dove mi porta quest’esplorazione, questa ricerca che parte, comunque e sempre, da qualcosa di molto concreto, di vero, di accaduto.

Quanto è importante la lettura per la creazione di un buon romanzo?

Come ti dicevo, la lettura per me non è solo importante: è fondativa. Aggiungo una riflessione a quanto detto nella prima risposta. Negli anni, la lettura oltre ad aver rappresentato il “riconoscimento” con altre voci e con altre scrittrici, ha significato anche un collocamento dentro una precisa genealogia, una linea di scrittrici che hanno scelto di fare della propria esperienza materia di scrittura, che hanno intrecciato autobiografia e pensiero, corpo e linguaggio (penso a Colette, Marguerite Duras, Annie Ernaux, Anaïs Nin, Sylvia Plath, Simone de Beauvoir, Marguerite Yourcenar, Virginia Woolf, Maggie Nelson, Melissa Febos, Jamaica Kincaid...). E nei loro libri ho sempre cercato non soltanto una storia, ma una postura, un modo di stare al mondo attraverso la parola. Quando incontro un testo come il loro, un testo che mi risuona dentro, significa che avviene un riconoscimento genealogico. È come se la loro voce mi dicesse: puoi parlare anche tu, c’è spazio anche per la tua esperienza. Leggendo le loro storie non mi sono mai sentita sola ma sempre immersa in una trama di voci che sono quelle delle scrittrici che mi hanno preceduta, che mi hanno formata, che mi hanno autorizzata a dire. E così è accaduto per la scrittura, che acquista un valore ancora più radicale quando diventa trasposizione sulla carta della voce di una donna, una voce che storicamente ha dovuto conquistare spazio, legittimità, ascolto.

Quindi, tornando all’importanza della lettura: significa anche comprendere da dove veniamo e verso quale orizzonte stiamo andando (e scrivendo). Nel mio caso, le genealogie femminili hanno avuto un ruolo decisivo: scrittrici che hanno avuto (e hanno tuttora) il coraggio di esporsi, di nominare l’intimo senza ridurlo al privato, di trasformare l’esperienza individuale in gesto condivisibile. Leggerle non è stato solo formarmi come lettrice, ma legittimarmi come scrittrice. Certo, è un percorso lungo e non sempre in discesa, fatto di battute d’arresto e di slanci. Una linea che muta mentre io stessa cambio e in questo risiede la sfida, nell’individuare sempre la voce che apre delle porte dentro di me (e dentro di noi).

È quello che faccio anche nei miei corsi di scrittura: leggiamo molti libri, strutturiamo un percorso, individuiamo delle voci di riferimento. Ma i laboratori servono a comprendere la propria collocazione dentro una linea di discendenza (una linea scelta e mai casuale) e a trovare, dentro quella trama, la propria identità.

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Quali libri ti sono rimasti nel cuore?

Ce ne sono molti proprio perché le mie scelte sono sempre accurate (non vado a caso e non seguo mode nella lettura). Ti dico i libri che hanno, in un qualche modo, delineato il mio percorso: Non sono più uscita dalla mia notte di Annie Ernaux, Cherì e La vagabonda di Colette, L’amante di Marguerite Duras, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, tutte le opere di Ágota Kristóf, La lunga vita di Marianna Ucrìa, Bagheria e Voci di Dacia Maraini...

 Quali consigli daresti a un giovane scrittore?

Leggere tanto, scegliere i libri, sentire le storie. E poi rileggere, cercare altri libri, leggere ancora. Alla fine scrivere e solamente se è davvero necessario, se davvero c’è qualcosa da dire.

 Come vedi il mondo dell’editoria nei prossimi anni?

Credo che si procederà sempre più per accumulo: più titoli, più pubblicazioni, più esposizione mediatica e l’aumento quantitativo non coincide con un aumento di qualità, anzi spesso produce l’effetto opposto, portando ad una progressiva svalutazione della scrittura come gesto di ricerca. Del resto, la spettacolarizzazione è già sotto i nostri occhi. Il libro diventa evento, performance, prodotto da lanciare e consumare rapidamente e chi scrive spesso lo fa per presidiare uno spazio, per essere visibili, per intercettare una tendenza.

Stiamo attraversando una fase di impoverimento culturale, in cui la letteratura viene spesso confusa con l’intrattenimento e in cui la costruzione di una voce passa in secondo piano rispetto alla costruzione di un personaggio. Questo non significa che non esistano libri necessari, autori e autrici che fanno un percorso stimato o editori rigorosi. Esistono e sono fondamentali e proprio per questo nei prossimi anni sarà sempre più importante difendere spazi di qualità, sottrarsi alla logica della scrittura per il mercato. Sarà una responsabilità di tutti i componenti della filiera.

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