di Domenico Piccolo -
Glimmo.it raccoglie questo fine settimana lo sfogo di un insegnante di italiano che riflette sulle tematiche educative, del ruolo dell'educatore con i bambini e gli adolescenti. Ne esce un quadro variegato, intenso, capace di far riflettere il mondo adulto promuovendo l'Incontro e la condivisione con questi ragazzi a volte «svuotati» da una modernità divenuta ormai troppo liquida. Un grazie all'autore per questa riflessione. Buona lettura!
“Profe, oggi è di moda essere ignoranti”. Così ha risposto uno studente di recente, motivando il suo scarso impegno allo studio.
Ecco il mood, il trend del nuovo millennio: si fa più strada restando nel disimpegno, nella mancanza di cultura.
Se prendiamo come paradigma il mondo social, alcuni modelli proposti vanno esattamente in questa direzione. L’apparenza, il successo facile, l’egoismo sono i valori che dominano un mondo dove l’apatia regna sovrana.
I nostri ragazzi vivono un continuo disorientamento in cui devono gestire fatiche quotidiane che provengono anche dall’aumento dei casi di Dislessia, Discalculia, Bisogni Educativi Speciali e dalla legge 104. Il contesto familiare, alla base dello sviluppo e dell’accompagnamento degli adolescenti è fatalmente in crisi, perché esso stesso in preda a crisi personali, relazionali, di coppia e le conseguenze le conosciamo: separazioni, violenze, disagi di ogni natura.
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In tutto ciò davvero si chiede ad insegnanti ed educatori di “imboccare” gli studenti, come fossero poppanti attaccati alla mammella materna?
Il ruolo dell’educatore, del formatore non è esattamente questo. La loro missione è quella di rispondere al bisogno di inserimento nel mondo professionale con metodi innovativi, competenze calate nella realtà, visione del presente e del futuro.
Ma soprattutto è quello di “stare con loro” per stimolare domande, riflessioni, emozioni e ridurre così l’appiattimento cognitivo ed emotivo che la scienza testimonia con i suoi studi. Di recente, infatti, è stato provato che dagli anni ottanta è in corso una lenta morte della parte emotiva dell’encefalo a beneficio di quella cognitiva, soggetta com'è a stimoli e input continui, non sempre controllati e di qualità. E se è vero che fra le soft skills più richieste nel mondo del lavoro ai primi posti troviamo: capacità di lavorare in team, capacità di adattamento e capacità di problem solving vuol dire che non basta una pura e semplice conoscenza nozionistica ma occorre anche un’esperienza diretta, a contatto con i problemi di ogni giorno, dove una sveglia che non suona, il sonno arretrato e la fame atavica che è tipica della fase puberale passano in secondo piano se non vi sono persone serie, capaci di entrare in contatto con l’altro, con tutto ciò che comporta (il dibattito sui valori è un tema da riprendere ed espandere in famiglia come sul luogo di lavoro).
Da dove dunque partire o ripartire? Da un approccio diverso da parte dei formatori, da un dialogo sincero in famiglia e da modelli veramente positivi, che vanno oltre la logica del tutto e subito che vanno incentivati, mostrati, premiati.
Altrimenti la moda e il trend dell’ignoranza e di chi si accontenta la faranno da padrone.