Quando l'ho visto per la prima volta questo piccolo volume mi ha colpito. Ben curato, con le alette tipiche di un prodotto che vuole rendersi unico. Non conoscevo Hilda Hirst, per nulla, mai sentita. Poi la lettura della quarta, il passaggio su qualche frase all'interno del volume e l'amore era scattato improvviso, forte. Dopo averlo letto posso dire senza mezzi termine che è un testo che ho divorato in pochi giorni, un testo forte troppo lungo per le sue caratteristiche eretiche. Il linguaggio, in ogni sua parte è diretto, chiaro, deciso, senza interlocutori se non il lettore. A tratti somiglia a una confessione intima di una donna che decide di rinchiudersi in un mondo tutto suo, fatto di dolore e di lucidità. Non è follia questo testo, ma la consapevolezza di un dolore svelato ad alta voce, una legittimazione che non tutti riescono a concedersi.
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Non è un testo facile, a tratti il libro è disconnesso, non ha una conduzione lineare e organica. Così come i pensieri affiorano vengono raccontati, una sorta di narrazione legata intorno al tema del disagio, della morte, di quel marito che tratti riemerge e con il quale interagisce. Un testo che ho definito poco fa eretico e, con un certo gusto, aggiungerei anche terribilmente irriverente, anticonformista dove la celebrazione della perdita e dell'umana intimità diventano una polifonia di voci, magnifiche e autentiche.