Ciao Anilda, grazie per l'intervista. Una prima domanda, forse tra le più classiche che ti rivolgono. Cosa ti sei avvicinata alla letteratura?
Sono nata e cresciuta nel socialismo reale, una società basata sul collettivismo. Ho scoperto il piacere della lettura appena imparai a leggere, poiché era dalle poche attività che si poteva svolgere individualmente. Questa attività silenziosa mi permetteva di uscire dal quotidiano ordinario e forse non ho mai sentito l’isolamento totale del mio paese dal resto del mondo perché la letteratura aveva questo grande potere, le storie che leggevo diventavano parte della mia vita e io vivevo insieme alle protagoniste. E pensavo ad altri luoghi, ad altre vite, ad altri mondi.
Quali sono i tuoi autori preferiti e perché?
Le mie letture, almeno fino alla caduta del muro di Berlino, erano quelle classiche, soprattutto l’ottocento che era quella più tradotta. Per ovvi motivi c’erano gli autori russi, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij e poi quella inglese con Dickens e Thomas Hardy. E c’erano gli autori francesi, Balzac, Stendhal, Hugo, Maupassant. Rimango molto legata a tutti questi autori perché fanno parte della mia formazione. Dopodiché sono aggiunti tanti e la lista sarebbe troppo lunga, del novecento posso citare John Steinbeck, Williams John, Flannery O’Connor. E di quelli più recenti, Agota Kristof, per la sua meravigliosa scrittura cruda e asciutta ma altrettanto potente a tal punto da essere disturbante, sconvolgente e per niente confortante. Penso che la letteratura deve essere sconfortante e nessuno come lei è riuscito a raccontare gli orrori della guerra che dilaniano e trasformano l’identità degli esseri umani.
Cosa consigli a un giovane autore che vuole intraprendere questa carriera?
Non amo dare consigli ma nel mio caso credo che non sarei mai diventata una scrittrice se non fossi stata una lettrice. E poi si , la costanza come in tutte le cose.
Come nasce un libro?
Un libro nasce in diversi modi e credo che ogni scrittore risponderebbe in maniera diversa, raccontando la sua esperienza. Ma indipendentemente di come nasce , come diceva Flannery O’Connor: “la caratteristica principale della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, odorare, sentire, toccare e gustare… creare un mondo dotato di peso e spessore”
Pensi che la lingua italiana ha influenzato la sua voce narrativa?
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Penso che non è stata la lingua ma il linguaggio. Mi accosto al pensiero di Herta Muller che in un suo saggio del 2001 in dissenso con una frase di Thomas Mann che dall’esilio asseriva che “la patria dello scrittore è la sua lingua” e invece lei affermò che “la patria non è la lingua ma il linguaggio”. Di questo argomento ne aveva parlato anche lo scrittore franco-ispanico, Jorge Semprun che contrapponeva l’identificazione di uno scrittore nella “langue”, l’ancoramento al “langage” perché il linguaggio comprende tutte le lingue. Solo chi ha vissuto una dittatura può capire questo meccanismo. Le dittature impoveriscono e maltrattano le lingue, persino le parole diventano razionate come tutti i beni primari, ostili alla vita e alla leggerezza, la comunicazione diventa standardizzata, una lingua collettiva dove per l’individuo non c’è spazio. La prima parte della mia vita, quella della formazione è accaduta in una dittatura. E se avessi iniziato a scrivere in quella lingua il mio linguaggio sarebbe stato quello che mi era stato imposto, avrei nominato e descritto il mondo tramite ciò che conoscevo sin da bambina. Non avrei avuto una seconda possibilità perché e impossibile reimparare un nuovo linguaggio nella lingua nella quale sei nato, da adulti.
Che rapporto ha con la tradizione letteraria albanese e con quella italiana?
Sono figlia di una cultura orale, prima ancora di approdare nella tradizione letteraria albanese e poi quella italiana. Questa influenza si sente forte in tutti i miei romanzi. Si sente nel rapporto quasi privilegiato con il tempo dove tutto diventa immobile, eterno, ciclico. La tradizione orale è collettiva, è corale ed è stata proprio quella trasmissione tutta al femminile, tramandato dalla notte dei tempi che maggiormente ha influenzato il mio percorso da scrittrice. Invece il mio primo approccio con la tradizione letteraria italiana è stato con il verismo in particolare con Verga.
La memoria è un elemento fondamentale nelle sue opere…
La storia collettiva è un fardello da portare sulle spalle, diventi il testimone del tuo tempo senza volerlo. Quella collettività che hai vissuto nell’infanzia continua a perseguitarti per tutta la vita, in un’altra forma. Cerco come tutti quanti di comprendere i fatti storici ma senza la pretesa di essere la voce collettiva del mio passato, tantomeno di un regime.
Penso che la narrazione della mia generazione sulla paura e il terrore vissuto durante il regime è legato alla trasmissione del trauma intergenerazionale ma che nessuno ha un ricordo nitido e imparziale di quei tempi. Perché i bambini, nelle dittature sono un bene prezioso e crescerli traumatizzati è contro l’interesse della dittatura stessa, la sua sopravvivenza del domani dipende da loro, quindi l’indottrinamento avviene in modo subdolo, docile, giorno dopo giorno mettendoli al centro e facendoli sentire amati, devono credere che sono gli unici bambini felici al mondo in un contesto molto protetto e non violento. Si vive una realtà di finzione in una sorta di Truman Show, ma la tua realtà in quel momento è quella e non hai modo di verificare la sua autenticità. L’isola della mia infanzia non aveva luci artificiali e il mare era reale e i miei amici non erano attori ma eravamo tutti dei piccoli Truman con una vita tranquilla e a differenza sua non potevamo dubitare della realtà in cui vivevamo, anche perché le intercettazioni delle radio riguardavano gli adulti e i pochi che avevano avuto il coraggio di attraversare il mare erano finiti male.
Io ero una bambina felice come Truman Burbank lo era stato, lui addirittura fino ai trent’anni, la mia isola felice è naufragata ai miei diciotto anni.
Le donne dei suoi romanzi nonostante tutto non sono raccontate come vittime…
Ho sempre cercato di raccontare la normalità, non ci sono eroi straordinari nelle mie storie, né vincitori o vinti, solo stralci di vita descritte spesso con dolcezza. Le storie che scrivo non hanno la presunzione di stabilire la verità, c’era la dittatura e c’era la società patriarcale, ma con un forte matriarcato radicato nelle famiglie, donne nel quotidiano con la sofferenza della vita sulle spalle, ma con momenti di tenerezza e felicità, le rinunce delle persone ma anche i sogni. Io non racconto di vittime, ma di persone che si sono trovate in mezzo alla storia e come essa ha cambiato il loro destino, e ho sempre una costante, la pietas anche verso il male.