Giusto trent’anni fa ci lasciava Gesualdo Bufalino, uno dei più interessanti scrittori italiani dell’ultimo scorcio del Novecento. Nativo di Comiso in Sicilia, il Professor Bufalino insegnava lettere nell’istituto magistrale della vicina Vittoria e condusse vita appartata e schiva fino a quando non pubblicò nel 1981, ormai anziano, il romanzo “Diceria dell’untore”, su pressione di Elvira Sellerio e dell’amico Leonardo Sciascia. Il libro vinse il Premio Campiello e suscitò plauso tra il pubblico e la critica. Era la storia di un ventenne affetto da tubercolosi che si trova a condividere la pena in un nosocomio popolato da figure umane ferite e grottesche, tra cui la stessa coetanea, Marta, a cui sarà legato da una breve e travagliata relazione. Fu il critico Nunzio Zago a parlare di “Tono Bufalino” per sottolineare l’elegante e coltissimo impasto linguistico adottato dallo scrittore per narrare gli eventi e scolpire con gesto artistico i personaggi del racconto. A questo esordio seguiranno altri successi, come “Le menzogne della notte” che valse a Bufalino il Premio Strega nel 1988, e poi “Qui pro quo”, un thriller atipico e tributario della poetica pirandelliana. Per concludere nel 1996 con “Tommaso e il fotografo cieco”, una sorta di anti-romanzo che offre una singolare riflessione sulla contemporaneità con suggestivi spunti metanarrativi. Il professore comisano ha affrontato i grandi temi della vita: Dio, La Morte, La malattia, la precarietà del vivere, da lui interpretati attraverso la lente dell’ambiguità e facendo uso di uno stile di grande opulenza barocca e incline a cogliere la straordinaria labilità dell’essere umano, sul quale incombe senza scampo la tagliola della Fine. Una voce preziosa e discreta, da ricordare con tutta l’ammirazione e i rispetti del caso.
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