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«Quel ricordo non troppo lontano»

«Quel ricordo non troppo lontano»

racconti 20 marzo 2026
Daniela Bacis
Daniela Bacis

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La nostra amica Daniela Bacis ci riporta, con questo racconto, indietro di qualche anno, al periodo drammatico del Covid. In occasione dell'anniversario delle vittime questo racconto riecheggia in noi con ricordi forti e dolorosi, dove la paura e il dramma si facevano largo. Lasciamoci trasportare da queste parole, prodotto di un'esperienza personale, difficile, intensa.

Nel silenzio attonito delle vie del paese, ho percorso strade deserte, prive di macchine e rumori. Mi sentivo come catapultata in uno di quei libri horror o film di Hitchcock. In lontananza solo qualche uccello volare. La natura sembrava aver riconquistato il proprio spazio. Dal finestrino avevo notato qualche gallina, scorrazzare per un campo, vicino ad un boschetto di magnolie. “Quanto saranno felici ora, di non sentire tutto quel fracasso di auto e camion” pensai. All’orizzonte scorgevo lo skyline delle montagne. Personalmente lo consideravo un papabile patrimonio dell’Unesco. Una delle cose più belle che adoravo guardare. Il tempo della calma e della lentezza , il tempo della natura, sembrava pervadere il mondo, in questo strane giornate in cui, volente o dolente, dovevo comunque andare a lavorare.

La luce del sole illuminava i monti, quella luminosità presagiva l’avvicinarsi dell’estate. Mai, per me, cosi bella quanto quella dell’autunno. La mia preferita. Finalmente era arrivata a casa. Per un attimo, la bellezza della natura, mi aveva distratto dal dolore di quei giorni. Scesi di retro in garage, andavo talmente in automatico, che avrei potuto farlo persino ad occhi chiusi.

Nessuno si era accorto che ero arrivata. Mi fermai, con la mani appoggiate sul volante. Per un attimo la mia mente si fermò. Davanti agli occhi le immagini delle mie nonnine, così le chiamavo. Questo pomeriggio erano state tutte intente a lavorare la lana o a cucire stoffe di seta. Ancora ignare ed inconsapevoli, di ciò che accadeva all’esterno della casa di riposo. Ammiravo con quanta cura si adoperassero per creare indumenti e donarli agli altri. “Ti farò un bellissima vestito azzurro, vedrai come ti starà bene!” mi aveva detto Antonia, la nonnina del primo piano. “ Quando avrai tempo, ti insegnerò i trucchi del cucire!” mi aveva detto Maria, la nonnina dagli occhi del color dell’ambra. La naturalezza, con cui davano affetto, mi stupiva sempre. Altruismo e generosità, due peculiarità che non riuscivo a ritrovare nelle generazioni successive. Pensando a loro, all’improvviso, ricordai il momento in cui, nello stesso pomeriggio, scesi le scale e sentii l’infermiera chiamare il medico di turno. Di nuovo. Un’altro ospite in fin di vita. Stessa modalità...crisi respiratoria, maschera d’ossigeno, peggioramento delle condizioni…. Quello stessa nonnina che qualche giorno prima mi aveva fermata tra i corridoi, mi aveva preso la mano e in bergamasco mi aveva detto “manda o messaggio al me scet, ole diga ciao” (manda un messaggio a mio figlio, voglio dirgli ciao). Chissà se davvero avesse presagito questo momento, chissà se volesse davvero dargli l’ultimo saluto. Le visite, ormai, erano limitate una volta a settimane, per quindici minuti, e l’ausilio di messaggi e videochiamate era l’unico modo per tenere in contatto ospiti e parenti, nella casa di riposo dove lavoravo. Inutile scrivere quanto, qualsiasi richiesta, io cercassi di esaudire, persino quella più banale.

All’improvviso, sentii un ragno percorrermi il braccio. Mi fece risvegliare da questi pensieri e, madida di sudore, tornai alla mia realtà. Scesi velocemente dalla macchina, prima di incrociare qualcuno. Ormai avevo interiorizzato delle buone pratiche: togliere le scarpe fuori dalla porta, togliere i vestiti, farmi una doccia, togliere la pellicola di domopack dal cellulare, disinfettarmi e , solo poi, avvicinarmi ai miei cari. Se avessi contagiato qualcuno, non me lo sarei mai perdonato.

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Mentre era sotto la doccia, immersa nel vapore, altri pensieri riempivano la mia mente. Tutto sembrava surreale. Anche oggi la prima cosa che avevo fatto, appena entrata al lavoro, era stata controllare le cartelle e guardare se qualche ospite fosse peggiorato o ci fosse qualcuno che necessitava di bombole d’ossigeno. Dei medici, nemmeno l’ombra. Passavano veloci nei corridoi, facevano l’indispensabile. Non riuscivo a fermarli, nemmeno per fargli qualche domanda. Non riuscivo a capire quanto davvero fossero preoccupati. Ognuno aveva una versione diversa, ma nessuno osava ammettere il motivo di tutte quelle morti. Quante volte, ricordo, durante le attività con il fisioterapista, abbiamo riso e scherzato..”Luigina l’è dre a rià il virus dei pipistrelli, san dighet te? (Luigina, sta arrivando il virus dei pipistrelli, cosa dici tu?). E Luigina, una simpaticissima nonnina novantenne, rispondeva ridendo in dialetto “Muchela fò. Oter zuein si semper dre a scherzà” (smettetetela, voi giovani scherzate sempre),con quell’espressione, tipica bergamasca, di chi la vita la prende sul serio. Quanto eravamo inconsapevoli, di ciò che ci avrebbe atteso.

Poco dopo, appena uscita dalla doccia, sentii urlare “Mamyyyyyyyy”, la voce squillante di mio figlio, che scendeva ad abbracciarmi stringendomi forte. “Sai cosa abbiamo fatto oggi con papà??” chiese soddisfatto. Le scuole erano state chiuse ed anche mio marito era a casa dal lavoro. L’unica che poteva uscire, della famiglia, ero io. “Raccontami” risposi. “ Mi ha fatto usare il computer. Ho stampato delle parole e con la biro multicolor sto facendo un arcobaleno. Ma quel simpatico di mio fratello mi prende in giro e dice che sembra tutto una pentola di fagioli. Ma non è vero! Vieni a vedere anche tu?” disse. Mi guardava con quegli occhi grandi, pieni di speranza, nel cercare l’approvazione da una sguardo. Mi si stringeva il cuore, davanti all’innocenza di un bambino, per cui il problema più grande della sua giornata era il litigio con il fratello. In quei pochi istanti mi chiedevo “Cosa sta succedendo fuori dalla tranquillità delle mura domestiche? Con quale coraggio posso dire a questo bimbo cosa sta accadendo nel mondo in questo momento? Cosa potrò fare per non spegnere quella luce negli occhi che cerca quell’approvazione, che solo un genitore gli può dare, per costruire le base di un adulto felice del domani?”. Salii le scale, immersa nei miei quesiti, ed, in cima, lo vidi, sorridente, mostrare fiero il suo disegno :” Vedi mamma, non è una pentola di fagioli! E’ un bellissimo arcobaleno! Funziona cosi, dopo un temporale, splende sempre il sole e tutto è più bello, anche il mio arcobaleno multicolore!”. Guardandolo negli occhi, questa volta, ero io che cercavo l’approvazione di un figlio, che guarda il proprio genitore e gli ricorda che il suo amore lo salverà da qualsiasi burrasca della vita.

Eravamo a fine del mese di Maggio dell’anno 2020. Sono passati, ormai, alcuni anni da allora. Non so quanto lui si ricorderà di questo Coronavirus. So solo che, nella sua ingenuità, aveva ragione...il suo sguardo d’amore mi salverà da qualsiasi burrasca e dopo ogni tempesta, tornerà sempre a splendere il sole.

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