Fabio Brighenti non era quello che si può definire propriamente un'aquila, ma cercava sempre e comunque di barcamenarsi in un universo pieno di sottofondi oscuri. L'uomo era giunto alla soglia dei settant'anni e girava ogni istante con una piccola pistola calibro nove che teneva celata all'interno della sua giacca a vento di colore arancione. Fabio sperava di potersi finalmente fermare in quella piccola isola dove cinque anni prima aveva affittato una casa distante sufficientemente dall'unico paese di quella zona per non essere disturbato da seccatori di vario genere. Nel contempo, però, la casa era anche abbastanza vicina al molo, in modo da poter consentire all'uomo di controllare attraverso un potente cannocchiale i passeggeri che scendevano dal traghetto una volta al mese. Fabio sorrideva fra sé e considerava la sua arma come una garanzia, anche se sperava di non dover più impiegarla come era stato costretto a fare spesso durante il suo turbolento passato. Però, mai dire mai, borbottava dentro di sé. Il suo era un passato che non si poteva elidere con un colpo di spugna e i suoi tristi fantasmi lo avrebbero perseguitato fino alla morte. In quell'isola Fabio dava poca confidenza a tutti, ma aveva fatto girare ad arte la voce, attraverso il postino, il lattaio e un paio di impiegati dell'ufficio postale, che aveva lavorato a lungo in un ministero e che attualmente, oltre a godersi la meritata pensione, si era rifugiato in quel luogo solitario per scrivere un romanzo. Inoltre l'uomo raccontava che era vedovo senza figli ma, in realtà, non si era mai sposato. La verità brutale era che Fabio era un assassino di professione e che esercitava ancora regolarmente questo mestiere senza aver mai pensato di smettere per trascorrere gli ultimi anni della sua esistenza in modo più tranquillo e sedentario. Del resto i soldi non bastavano mai e non poteva disporre di un introito fisso come una persona che aveva svolto un lavoro nella Pubblica Amministrazione. Inoltre il suo non era un passato immacolato e temeva l'ombra oscura di una vendetta anche a distanza di molti anni. Fabio era stato uno degli uomini di fiducia di Spartaco Girgenti in Sicilia e aveva ucciso molti uomini del clan rivale ai Girgenti, quello dei Calatafimi, in lungo e in largo per la Sicilia, ma anche in Campania, Calabria e nelle Puglie. Purtroppo quel suo maledetto mestiere non dava requie e non ci si poteva permettere errori di sorta. L'uomo era perfettamente consapevole che il tempo lo stava consumando, ma confidava nella sua perspicacia per trovare ancora la forza di difendersi all'occorrenza. In quei cinque anni di ritiro non aveva stretto grandi amicizie, ma nello stesso tempo era riuscito a curare un rapporto amichevole con tutti, a cominciare da una delle poche impiegate in forza all'ufficio postale, Immacolata Quagliarulo, una sessantenne tutta sale e pepe che non disdegnava di invitarlo spesso a cena nella sua casa. Forse Imma, come lei amava essere chiamata dagli amici, era l'unica persona con la quale Fabio aveva un rapporto più intimo, ma, al di là di una relazione puramente carnale, tutti e due amavano troppo la propria indipendenza per impegnarsi in un rapporto che assumesse le vesti di un qualcosa più serio e coinvolgente. Inoltre Fabio era disincantato da tanto di quel tempo, che ormai non riusciva più a provare dei sentimenti veri e puliti nei confronti dei suoi simili. Da ragazzo, durante il periodo adolescenziale, aveva preso una solenne sbornia con un suo coetaneo, e i due avevano tentato di rapinare un negozio di generi alimentari. Disgraziatamente il suo amico aveva sparato un colpo di pistola a uno dei commessi che aveva reagito ed entrambi si erano dati alla fuga in preda al panico, ma erano stati rintracciati e rinchiusi in riformatorio per vari anni in quanto minorenni. In quel contesto l'uomo si era indurito e la sua esistenza aveva preso una svolta definitiva. Un giorno uno dei suoi capi, appartenente alla famiglia dei Girgenti, gli aveva detto che un sicario come lui non sarebbe mai andato in pensione perché era troppo efficiente e possedeva la giusta dose di crudeltà per adempiere al meglio i compiti che gli venivano affidati di volta in volta. Invece Fabio in pensione ci era dovuto andare suo malgrado quando i Girgenti erano finiti a processo e poi in galera, incastrati da varie testimonianze veritiere. Era stato un brutto colpo e l'uomo aveva provato a trovare rifugio in un paesino sperduto delle Puglie, ma era stato scovato da un sicario al soldo dei Calatafimi che gli aveva piantato due proiettili all'altezza della spalla sinistra. Fortunatamente per lui era riuscito a sopravvivere. Alla fine, dopo una lunga degenza in ospedale, aveva deciso di stabilirsi sorto falso nominativo in quella isoletta sperduta delle Eolie, ma sapeva che prima o poi il destino era inesorabile e temeva che non esistessero luoghi abbastanza sicuri per nascondersi. L'uomo era inquieto. Si era recato al molo per controllare i passeggeri che scendevano dal traghetto e aveva intravisto, fra le varie coppie di persone legate da un rapporto di natura sentimentale, discendere dal traghetto un uomo all'incirca sui cinquant'anni, alto sul metro e settantacinque, con un cappello nero borsalino, occhi neri come dei carboni ardenti e una valigetta ventiquattro ore. A prima vista dava l'idea di un rappresentante di commercio che vendesse calze da donne o articoli farmaceutici, ma lui sapeva per esperienza che non bisognava quasi mai fidarsi di queste persone in apparenza innocue che viaggiavano con molta frequenza da sole. Fabio seguì con molta discrezione l'uomo, per non farsi scorgere, e vide che raggiunse l'unico albergo del paese, prendendovi alloggio. Per quella sera poteva ritenersi soddisfatto. Decise di invitare Imma a mangiare una pizza in una delle due trattorie presenti nel paese ed entrambi trascorsero una serata distensiva, discutendo amichevolmente dei più svariati argomenti e senza strane discussioni che alterassero la fiumana placida della loro tranquillità. I due trascorsero poi la notte a casa della donna e al mattino presto Fabio prese congedo per ritornare alla propria abitazione. L'aria del mattino fredda sferzò con violenza il suo viso ed ebbe dei brividi lungo tutto il corpo. Cercò di affrettarsi ma era stranamente esausto e i suoi riflessi erano annebbiati. Non si accorse che a discreta distanza lo seguiva l'uomo che lui aveva pedinato la sera anteriore. Fabio raggiunse finalmente la sua casa, girò la chiave nella toppa ed entrò, tirando un sospirò di sollievo. Si buttò esausto sul letto. Stava assopendosi quando sentì trillare con insistenza il campanello della sua porta. Gli venne da bestemmiare ma preferì contenersi. Infilò in fretta e furia una giacca da camera e un paio di vecchie ciabatte logore, riflettendo istantaneamente come il suo morale era sempre in continua tensione, e gridò che non aveva nessun desiderio di aprire a piazzisti di merci a quell'ora della mattina. Dall'altra parte gli rispose una voce metallica, fredda come l'acciaio, e l'uomo al di lá della porta gli disse che aveva una raccomandata urgente da fargli firmare. Aggiunse anche che sostituiva la postina malata per qualche giorno. Fabio sbuffò e guardò dietro lo spioncino. Vide di nuovo l'uomo che aveva seguito la sera prima. Non ebbe il tempo di riflettere su altro. Aprì e l'uomo di fronte a lui estrasse dalla tasca una pistola semiautomatica munita di silenziatore, facendo fuoco tre volte di seguito a distanza ravvicinata e sibilando a denti stretti che la famiglia Calatafimi gli mancava i suoi più cordiali saluti. Fabio crollò sul pavimento davanti all'uscio di casa e sentì il sangue scorrergli tra le gambe. In una frazione di secondo realizzò che stava spegnendosi l'esile filo che lega ogni essere umano alla vita e si rese conto che oltre ai rivoli di sangue stava perdendo un fiotto di urina. Prima di morire realizzò che sarebbe stato bello essere seppellito nel piccolo cimitero dietro l'unica chiesa dell'isola. In fondo era meglio così perché non sarebbe mai più finito in galera. In quel preciso momento nel quale il suo assassino si dileguava e l'uomo si addormentava per sempre, proprio in quella chiesetta, uno dei preti di quel luogo santo si era svegliato prima del solito allo scopo di pulire le lapidi di alcune tombe abbandonate e dimenticate. Piccolo gesto di carità cristiana in in mondo sempre più corroso da una corsa spietata contro il tempo, che uccide ogni briciolo di umanità e contamina la purezza dei sentimenti. Ormai si può tranquillamente asserire che, nella maggior parte dei casi, il destino è spietato e non fa sconti a nessuno!
«Lorenzo Sartori: uno scrittore dalla lunga esperienza»
di Stefano De Vecchi